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Lo spread batte lo spritz tra le parole
che aleggiano nei bar tra i tavolini.
Ogni avventore ormai è un economista
e la sa lunga sui poteri forti,
sulle banche, i banchieri (o i bancari)
sui finanzieri biechi e gli spietati
mercati (o mercatoni) e sui complotti
oscuri dei massoni, sugli affari
dei tedeschi lurchi e dei francesi,
sull’euro e quei furboni degli inglesi
che si sono tenuti la sterlina
(che anche noi, se avessimo la lira,
non avremmo a quest’ora altri pensieri)
e i greci – che son greci – e gli spagnoli
e noi che siamo sempre un po’ coglioni.
Per fortuna poi viene la partita
e si ristabilisce la gerarchia normale
delle parole nel loro campo usuale.

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La noia dei discorsi già sentiti,
delle ripetizioni e i copia-incolla
di analisi succinte e un po’ d’accatto
sull’universo mondo, con i buoni
e i cattivi ben distinti e le teorie
sui complotti e i disegni dei potenti,
sconfina a un certo punto nella rabbia.
Meglio la nebbia. Meglio le campane
della mattina e il fumo dei camini,
meglio un caffè in cucina con la musa
o il caro buongiorno di un’amica,
meglio le sere con i buoni libri,
e l’amore e lo studio condivisi
lungo i secoli per certi miei poeti -
e il sonno, che ci apre le segrete
in cui i morti s’incontrano coi vivi
rimontando i romanzi delle vite.

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È venuta la nebbia ieri sera
a schiacciare il suo naso alle finestre
e dato che insisteva nel guardarmi
le ho aperto benché fosse molto tardi.
È rimasta un po’ incerta sulla soglia
come avesse paura di sporcare
o di non essere più riconosciuta
né cara più, con quel suo vecchio viso.
Poi in silenzio mi ha lasciato fare
quando io l’ho cercata da vicino
nascondendo la testa nel suo scialle.
Sapeva d’infanzia e lontananze
e pungeva di freddo e mandarino.

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Ho rivisto la musa – o l’ho intravista
tra i passanti di là da una vetrina.
Fingeva di non avermi ravvisata -
ed io dapprima ho distolto lo sguardo,
per non ferirla. Era tanto invecchiata.
I capelli per aria, da barbona,
borsa estiva sul cappotto fuorimoda-
- sono già venti inverni che lo indossa -
m’è sembrata lievemente zoppa,
e che sbandasse un poco anche, di lato.
Chissà quale sciagura l’ha ridotta
in tale stato – una perdita al gioco
o, può anche darsi, l’aver dato
troppo credito ai poeti -
genia da cui c’è poco da aspettarsi.
O forse  è solo il peso millenario
degli affanni. In fondo anch’io,
che sono al di sotto dei cento anni,
quando mi scorgo dentro  una vetrina,
preferirei evitare di incontrarmi.
Ma lei infine mi ha rivolto un cenno
di saluto e venendomi affianco:
“Più vado avanti e meno ci capisco…”
mi ha detto sorridendo rassegnata.

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Piove, l’umido afferra alle giunture
e l’uggia manda in ruggine il cervello.
Non c’è che dire: il mese novembrino
sta facendo per bene il suo dovere,
senza deroghe né colpi di testa.
Ma per fidarmi a dirlo un mese serio
aspetto di vederlo a San Martino
se slaccia un po’ di sole dal mantello.

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Chissà quale dolore, quale lutto
ha fatto impallidire tutti i tigli.
Dal verde delle chiome
che resisteva intatto, in pochi giorni
ogni azzurro in pianto si è disciolto.
Resta il vedovo giallo sulle foglie
ad evocare immagini di sole
in chiazze tremolanti in mezzo ai rami
e sul nero d’ombra dell’asfalto.

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Dove sarà la musa, in quali piagge,
sopra quali cocuzzoli inviolati,
sotto quali altri cieli, in quali rive?
Resta poco ormai da queste parti
che sia degno di lei, che non sia vile.

Soltanto forse il grigio celestiale
col disfarsi del sole e il tenue rosa
di una casa oltre salici di nebbia
- o nel pallore meridiano il volo
di un bombo nero, incerto di esser vivo.

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All’improvviso specie verso sera
sento ruotare forte le sue alucce
una cimice verde che sbatocchia
tra lampada e soffitto -
e mi fa pena, perché viene a volte
anche a me la stessa smania
di sbattere la testa contro il muro.
Così aspetto che si quieti un poco,
poi la raccolgo piano su di un foglio
e la porto all’aperto sul balcone,
dove ci accoglie il buio senza pareti
e qualche stella, a sciogliere la pena.

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Quando infine si è dentro l’oscuro
tempo dell’autunno, persa alle spalle
la stagione che proprio nel morire
più ci illude coi suoi soli struggenti
e il verde che resiste e che si strema
a memoria del perduto fulgore,
ecco che si rientra nel presente,
conciliati con il suo grigiore – capaci
di non rimpiangere più niente,
di non sognare più né di far conto
sul futuro riaccendersi del mondo.
Si torna in amicizia con noi stessi,
e si fanno realistici programmi
per alleviarci nel tempo che avanza.

 

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